Il confine tra la tattica sul campo e l'imponderabile è spesso sottile, soprattutto quando lo sport incontra la scaramanzia. Nel ricco panorama del football americano italiano e delle grandi arene calcistiche, la lotta contro la iella — declinata in corvi, numeri banditi e riti scaramantici — rappresenta una costante culturale che attraversa decenni di competizioni.

Se guardiamo alla storia della palla ovale nel territorio scaligero, i Redskins Verona — fondati nella primavera del 1980 e affiliati all'AIFA nell'ottobre del 1981 — hanno costruito la propria identità superando ostacoli finanziari e logistici enormi. Dal debutto amaro nel campionato del 1982, chiuso all'ultimo posto nel girone del Centro Italia contro avversari blasonati come i Rhinos Milano, fino alla ristrutturazione guidata da allenatori storici come Larry Square e Bill Young, la Tribù veronese ha fatto della resilienza il proprio marchio di fabbrica. Una resilienza che, nelle pieghe del folklore sportivo, si scontra costantemente con il tentativo di esorcizzare la sfortuna, un fenomeno che accomuna le franchigie di ogni latitudine.

Il culto del tabù: numeri vietati e avversari invisibili

Nel calcio e nel football, l'avversario da battere non è mai soltanto quello in carne ed ossa che si schiera sull'altra metà del campo. Esiste una forza invisibile e temutissima, variamente ribattezzata sfortuna, scalogna o sfiga. Esempi illustri di questa idiosincrasia abbondano nei ricordi dei presidenti più eccentrici. Massimo Cellino, nel corso della sua esperienza dirigenziale a Brescia, Cagliari e in Inghilterra al Leeds, ha fatto della lotta alla sfortuna un vero e proprio sistema operativo. Celebri sono i suoi interventi per bandire il numero 17: a Cagliari nessun giocatore poteva indossare quella maglia, e al Sant’Elia il seggiolino incriminato fu sostituito con la dicitura 16 B, mentre al Rigamonti il posto 17 semplicemente non esiste in alcun settore. Ai tempi del Leeds, chiese addirittura di non portare in ritiro un portiere nato il 17 maggio e cedette rapidamente i calciatori nati in quella stessa data.

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Le superstizioni non risparmiano nessuno, dai commissari tecnici ai grandi campioni:

  • Giovanni Trapattoni e la celebre ampolla di acqua benedetta mostrata in mondovisione durante i mondiali del 2002, dono della sorella suora.
  • Diego Armando Maradona, che stringeva un rosario tra le mani durante i mondiali in Sudafrica prima di fermarsi contro la Germania.
  • Gigi Riva, che legò indissolubilmente il proprio destino al numero 11, maledicendo il giorno in cui scelse il 9 in un Italia-Portogallo del 1967, match in cui si ruppe una gamba.
  • Romeo Anconetani, storico presidente del Pisa, solito cospargere il campo di sale davanti alla porta e servire peperoncini ai propri giocatori durante i riti prepartita.

Tradizioni e cabale sul rettangolo verde

La necessità di piegare il destino attraverso piccoli gesti quotidiani appartiene a ogni disciplina. Nel tennis, Rafa Nadal allinea maniacalmente le bottigliette d'acqua con le etichette rivolte verso il campo, pretendendo che i calzini escano dalle scarpe esattamente per quindici centimetri. Nel motorsport, Felipe Massa non ha mai cambiato i propri indumenti intimi se le prove del venerdì producevano riscontri positivi, mentre Valentino Rossi ha reso celebre il numero 46 affiancato dall'inseparabile tartaruga ninja portata in gara.

Anche le divise da gioco possono trasformarsi in oggetti di culto negativo. Nella storia dell'AS Roma, ad esempio, maglie specifiche come quella gialla con collo a V della stagione 1950-51 — l'anno dell'unica retrocessione — o la divisa blu usata a Monaco nel marzo del 1992 furono rapidamente accantonate o addirittura simbolicamente bruciate dai calciatori convinti che portassero sfortuna.

Il fattore campo e la costruzione dell'identità

Nel caso dei Redskins Verona, capaci di scrivere pagine memorabili come la vittoria del Silverbowl nel 1986, i titoli giovanili e i successi della squadra femminile One Team, la superstizione lascia spesso spazio al lavoro metodico sul campo. Che si tratti di affrontare la trasferta di semifinale playoff sul sintetico dei Crusaders a Cagliari o di preparare il derby dell'Arena contro gli Agsm Mastini sotto la supervisione di uno staff tecnico di alto profilo, l'obiettivo resta sempre lo stesso: onorare i colori rosso, blu e bianco.

Alla fine, che si decida di spargere sale sul terreno di gioco, di baciare l'immagine di un santo o semplicemente di affidarsi al sudore della preparazione atletica, resta intatta la veridicità di un antico adagio teatrale e popolare ricordato anche nelle cronache calcistiche: Non è vero... ma ci credo.

Sources

These sources formed the evidence pack for this article. Links open the original publisher; inclusion does not imply endorsement.

  1. redskinsverona.com original
  2. Cellino © foto di Daniele Buffa/Image Sport original
  3. repubblica.it original
  4. daily.veronanetwork.it original
  5. ilromanista.eu original
  6. Società Athesis S.p.A. original